26 luglio 2013

Stiamo difendendo la vita al meglio?


Alcune considerazioni amare di ritorno da un piccolo viaggio in Inghilterra


di V per Vita

Recentemente sono stato in Inghilterra. 
Non un gran viaggio, devo dire: ne ho fatto di migliori in terra britannica. 
Ma mi è capitato di gironzolare per la città, una città popolosa del South Yorkshire. Su e giù per gli autobus (quelli a due piani), qua e là per il centro. Ho visitato anche un grande centro commerciale. 
Insomma un discreto morso di una città qualunque, nella sua vita normale. Considerate che in Inghilterra le scuole sono aperte fino al 20 luglio, quindi sono giornate lavorative per tutti. 
E non potevo non notare una cosa. Una grande, grande differenza tra l'Inghilterra e l'Italia. 
MA QUANTI BAMBINI CI SONO IN INGHILTERRA!

La presenza di bambini piccoli, inferiori ai 5 anni, è assolutamente tangibile. Per ogni strada, in ogni via, vedi mamme con le carrozzine, papà con i bambini piccoli sui portabebè, nonne che portano dei barcollanti nipotini prendendoli per le manine. Piccoli occhi azzurri che ti guardano come se fossi la cosa più strana del mondo.

In Inghilterra i figli si fanno. 
Questo grafico mostra, colorato di blu sempre più intenso, il tasso di natalità. (QUI il sito) vediamo che l'Inghilterra è tra i paesi di un blu più intenso:

E infatti il tasso di natalità nel Regno di Sua Maestà Britannica è di 12 nascite per 1000 abitanti. Il che vuol dire che il 6% della popolazione ha meno di 5 anni. 
E in Italia? In Italia il tasso di natalità è appena 9 su 1000 abitanti. Solo il 4,5% della popolazione ha meno di 5 anni. Una differenza di poco conto?
Non è vero. Perché invece il nostro tasso di mortalità è di 10 contro il 9 della Gran Bretagna. 
Quindi: facciamo meno figli, e ci sono più morti. 
Ma questi dati potrebbero essere ininfluenti. 
Fatevi un giretto per Londra: vedrete quanti giovani ci sono, tutti pimpanti quarantenni. Anziani, molto pochi. Bambini, tanti. 
Poi fate un giro per la vostra città, e sappiatemi dire.

L'approdo della mia riflessione non è però una preoccupazione solo algebrica, o di statistica demografica. 
A volte penso infatti: noi facciamo molto contro l'aborto. Ma facciamo abbastanza per la vita? 
Potremmo dire che sì, facciamo molto per la vita, perché soprattutto aiutiamo le mamme in difficoltà. 
Ma non è in qualche modo limitativo e limitante tutto questo?

Se ci sono così pochi bambini non è dovuto all'aborto, che in Italia è tra i più bassi d'Europa (anche grazie a noi, voglio sperare). E' dovuto a condizioni sociali: il fatto che le coppie si sposano tardi, la mancanza di lavoro giovanile, il problema del lavoro per le madri, ed altri problemi ancora.
Tutti questi elementi non sono ingredienti lontani dalla lotta per affermare la vita umana. Se avere un figlio è difficile per chi, nonostante tutto, ce la fa, tanto più difficile sarà per chi al contrario non ce la fa e magari si rivolge al CAV.

Stiamo forse spalando via l'acqua dalla barca senza preoccuparci di tappare il buco? Credo proprio di sì. 
Certo, ogni prolife che si rispetti ha sempre appoggiato le politiche a favore della famiglia. Ma il mio cruccio è che queste cose non siano considerate dai prolife come VERAMENTE al centro della propria area di interesse, ma un argomento un po' marginale.

Stiamo forse portando avanti, nel nostro campo, quella miopia che caratterizza un po' tutta la politica. Quel guardare a breve distanza, solo all'immediato, solo all'emergenza. Quel che succede è presto detto: l'emergenza diventa normalità. E la normalità viene dimenticata.

Senza contare un altro fatto: gli orizzonti troppo limitati non piacciono ai giovani. Che quindi non si sentono attratti da una battaglia "di barricata".
Perfino io ho avvertito come soffocante la lotta al solo aborto e alla sola eutanasia (che per fortuna nella maggior parte dei paesi ancora non c'è). Rivolgerla in senso positivo (non "no all'aborto, ma sì alla vita") è una buona cosa. Ma resta il fatto che, partendo dall'idea di dover combattere, contrastare qualcosa, sia pure rivolgendola in positivo, rimarrà sempre quello il cruccio principale. 
E come è limitante l'aborto, tanto più limitante sarà la lotta al solo aborto, sia pure portata avanti con le migliori intenzioni e i toni più concilianti possibile. 

E' una domanda che giro a tutti i lettori: potremmo fare di più? Dovremmo fare di più? Guardare un po' più in là?
A mio avviso sì: dovremmo alzare gli occhi. 
Sul volo del ritorno osservavo i campi coltivati, le nuvole. Tutto così piccolo visto da lassù. Tutti i problemi sembrano piccoli piccoli. Abbiamo il coraggio di una visuale più vasta.

23 luglio 2013

Sorelle di Vita





Esistono molti tipi di legame, alcuni di essi sono decisi dal dna, stabiliti a nostra insaputa e consolidati con amore ed abitudine, altri li decide la casualità con la scuola, il quartiere, l’ambiente di lavoro… il percorso di ognuno. 

A ciascuno spetta la scelta su quali conservare e quali salutare. Li chiamiamo legame fraterno, familiare, amicale… 

Ma come possiamo definire il filo che cuce una donna che stava per non diventare mamma con la persona che ha reso possibile la nascita di suo figlio? 



Ho conosciuto questa donna quando aspettava il suo primo figlio, una gravidanza inattesa, costellata di insicurezze e difficoltà oggettive, economiche e di salute. 

Tra noi è nato un legame speciale, costituitosi bozzolo intorno ad un bambino che cresceva in lei, un bambino protetto ed amato, che ha consolidato la sua famiglia ed ha permesso una reale crescita di coppia e personale. 

Quando è rimasta di nuovo in gravidanza, è venuta subito di persona a dirmelo, rimproverandosi e preoccupandosi sempre più. Ma come poteva rinunciare ad una gioia che già conosceva? Quella gioia che l’ha tenuta sveglia per giorni dopo il parto per vedere la sua creatura dormire, senza riuscire a chiudere gli occhi per non spezzare quell’incanto? 

Le difficoltà però erano cresciute, ci siamo mossi alla ricerca di un sostegno sempre più concreto ed in molti hanno risposto al nostro appello per permettere a questa giovane famiglia di poter crescere ancora. 

Abbiamo aspettato insieme con la pancia che di nuovo si espandeva, inserendo tasselli al posto giusto per migliorare il quadro che avrebbe accolto colei che da sempre avevo sentito come una bambina. 

Questa volta però la sua paura per il parto era maggiore, e mi ha chiesto di starle vicino, un cesareo programmato ha permesso che fossi in ospedale mentre la operavano. 

Ho aspettato qualche ora davanti alla porta chiusa delle sale operatorie, chiedendo notizie ai camici che entravano. Aveva partorito e stavano bene. Sorriso e leggerezza. 

Dopo il parto dovevano passare almeno due ore prima che potesse essere spostata ed io non potevo vederle. Ormai era sera e dovevo andare, a malincuore senza incontrarle. L’ho chiamata, raggiante mi ha detto: 

“Ci siamo riuscite..” 

Lo so, ho parlato con l’ostetrica… 

“Dove sei?” 

Qua fuori, davanti alla porta…siamo vicine. Ma non possiamo vederci… E tra poco devo andare… 

“Ma io voglio vederti!!! Aspetta domando se ti fanno entrare.(E rivolta ad un’infermiera), mi scusi per favore, potrebbe far entrare mia sorella? Deve andare via…” 



Essere chiamata sorella mi ha commosso, per la sua spontaneità e potenza, ma anche divertito, considerando la sua pelle, color cioccolato! 

Sono entrata, mi ha accolto il marito tenendo in mano un copriabiti sterile, una specie di mantello che mi avrebbe concesso il dono del volo per quel momento speciale. 

Madre e figlia erano sul lettino, la piccola ancora sporca dei liquidi che l’hanno cullata per mesi, adagiata sul petto e coperta per proteggerla dall’aria fresca. Un visino fresco e tondo, sotto il volto della sua mamma, stupenda ed esausta. 

“Hai visto? Sono riuscita a dare la vita di nuovo? Vuole dire che sono importante!” 



Non so se esistono parole per tradurre questo momento, forse un paio di lacrime riescono meglio nell’intento. Osservare quella cosina che fino a solo due ore prima era dentro il corpo di un’altra persona, che si è costruita momento dopo momento fino ad arrivare alla perfezione. La gioia in commensurata della donna che è riuscita a farlo, nonostante la sua malattia ed il suo dolore. 

E la consapevolezza, splendida e reale, di averlo reso possibile. 

Di aver salvato quella bambina. 



Superato il momento di commozione, abbiamo scherzato sul fatto che mi avesse chiamato sorella. “Ma che ne sanno loro, potremmo essere state adottate!” 

Potremmo non essere sorelle di sangue, ma lo siamo di vita. 



Esatto, questa è la definizione di questo nostro strano e sacro legame. Sorelle di vita.

13 luglio 2013

Che c'entra Mandela con l'eutanasia?




di V per Vita

Da non moltissimo ho un nuovo mito, Nelson Mandela. Devo dire che la prima volta che ho saputo di Mandela é stato a causa (uso l'espressione non a caso) della mia insegnante di italiano delle medie. Riteneva suo dovere indottrinare i suoi alunni ad una certa visione "militante" della vita, dove stare su una barricata era intelligente e starne lontani da vigliacchi. Povera donna, credeva di far bene. Ma quel librone su pellirossa cacciati, afroamericani discriminati, ebrei uccisi eccetera ebbe su di me (e non solo su di me) un effetto controproducente. Tutta quella roba passó sotto l'etichetta "roba pallosa" e fu rifiutata in blocco dalla mia mente di dodicenne.

Ci volle Clint Eastwood e l'etá adulta a farmi capire chi é stato veramente Nelson Mandela. Ben compendiato dalla battuta di Matt Damon: un uomo che é stato 27 anni in carcere e ne é uscito pronto a perdonare chi ce l'ha cacciato.
La grandezza di Mandela sta proprio in questo: uscito di prigione, dove il governo Afrikaneer l'aveva cacciato in quanto "terrorista", avrebbe potuto radunare le forze delle maggioranze oppresse banthu, zulu e xhosa (lui é un xhosa) per opprimere la minoranza bianca e assorbirne le ricchezze, quelle stesse ricchezze che finora avevano negato ai neri in quanto neri.

E invece Mandela ha fatto il contrario: ha perdonato. La rinascita é passata dalla riconciliazione. E attraverso il perdono ha liberato il sudafrica. Il paese ha superato l'apartheid senza spargimento di sangue, perché le minoranze non si sono mai sentite scacciate dalla loro casa. 

Dunque, il Sudafrica come "nazione arcobaleno" ha un padre nobile. Oggi é senz'altro una delle nazioni piú evolute del continente nero, capace di ospitare un mondiale di calcio e uno di rugby. Un esempio, un modello per molti aspetti. 
Facile dedurre che in Sudafrica Mandela é un mito, un punto di riferimento imprescindibile. Chi mai potrebbe volergli male?- pensavo. 

La salute di Mandela ha avuto ultimamente un tracollo, suscitando le preghiere di molti davanti al suo ospedale. E l'agenzia di stampa Afp (agence france presse) ha "rivelato un documento legale" a firma di un certo avvocato David Smith. Il contenuto é il seguente:

Nelson Mandela é in stato vegetativo permanente, tenuto in vita dalle macchine.
"I medici hanno consigliato alla famiglia Mandela di staccare la macchina che lo mantiene artificialmente in vita. Piuttosto che prolungare le sue sofferenze, la famiglia Mandela valuta questa opzione"

La cosa mi ha molto turbato: ma come? Il padre della nazione sudafricana, Mandela, trasformato in un testimonial per l'eutanasia?

Ma immediatamente é arrivata la smentita da parte dei medici e anche del presidente Zuma, che ha rimandato un viaggio in Mozambico per sincerarsi delle condizioni di Madiba (nome derivante dalla sua tribú con cui spesso ci si riferisce a Nelson Mandela): Mandela é molto malato, é vero, ma le sue condizioni sebbene gravi sono stabili. E non é assolutamente in stato vegetativo permanente.

Una frottola, dunque? Guarda caso una frottola che riecheggia alla perfezione le isterie pro-choice sull'eutanasia: "risparmiare sofferenze", "la vita che dipende dalle macchine", frase che colpisce molto perché vorrebbe suggerire l'idea di una vita artificiale, da contrapporre ad una "eutanasia" naturale . In realtá é esattamente il contrario: non c'é niente di piú innaturale dell'eutanasia.
Ci sono troppe cose che non quadrano.
Non ci sto, voglio saperne di piú. 

Torniamo indietro: se questa notizia é una frottola bella e buona, chi l'ha messa in giro, e perché?
Forse chiedere di sapere tutto questo é chiedere troppo. E allora cerchiamo anzitutto la fonte: chi é questo avvocato David Smith? Perché parla a nome della famiglia? 

Una breve indagine su Google e si comprende che i molti giornali italiani che hanno dato la notizia riguardo all'identitá di David Smith e ai suoi legami con la famiglia Mandela brancolano nel buio. Alcuni parlano della diffusione di un "documento legale" (e che é un "documento legale"? É un testamento, un legato, una dichiarazione d'intenti, cosa?) altri si sbilanciano a riferirsi all'avvocato David Smith (immagino che sia l'unico avvocato del Sudafrica) che avrebbe reso noto il famoso documento (i documenti legali come é noto non hanno degli autori, si scrivono infatti da soli).

Peró basta poco per venire a sapere che nella famiglia di Mandela c'é un po' di burrasca. La "guerra delle tombe", la chiamano. 
Uno dei nipoti di Mandela, Mandla, ha cercato di traslare le tombe di tre dei figli di Mandela dal paese di Qunu, dove si trovavano e dove Nelson é cresciuto, a Mvezo, dove lui, Mandla, risiede e dove Mandela é nato. Pare che l'abbia fatto per creare una specie di mausoleo, nella speranza di accogliere - chi lo sa - un domani anche le spoglie del padre della patria sudafricana. 
Quali che siano i suoi intenti, Mandla ha perso la sua battaglia legale per lo spostamento delle tombe: altri 16 parenti di Mandela si sono opposti e hanno vinto la causa. Questi 16 parenti vivono, a quanto pare, a Qunu, e non vogliono che si traslino le tombe dei figli di Mandela, né (ammesso che  questa sia l'intenzione di Mandla) che si ponga una ipoteca sul fatto di seppellire un domani Nelson a Mvezo anziché a Qunu.

Ma qual é il collegamento con la notizia di "Mandela in stato vegetativo permanente - anzi no"? 

Scava scava, trovo questa notizia sul sito sudafricano di citypress:http://www.citypress.co.za/news/mandela-family-considered-turning-off-life-support/

Giá dalle prime righe si capisce chi é David Smith. É l'avvocato che ha rappresentato quei 16 parenti di Mandela che si sono opposti e hanno vinto la guerra delle tombe. 
A quanto pare, rappresentare una parte dei discendenti di Mandela (ne ha un bel po') ti autorizza a fare un comunicato in cui si auspica l'eutanasia per l'uomo piú importante nella storia del Sudafrica. 

Se adesso cercate questa notizia associata alla AFP, di sicuro non troverete niente,
Peró la palla é stata lanciata, e il nome di Mandela é stato associato al termine "stato vegetativo permantente", e questo allo "staccare le macchine", cioé - nel loro gergo - eutanasia. Ed é stata ribadita, con un (involontario) testimonial autorevole, che la risposta giusta allo stato vegetativo permanente sarebbe l'eutanasia.
Stupiti di questo? Non proprio. Cercarono di fare del Cardinal Martini un testimonial dell'eutanasia (seguirono smentite, ovviamente) e ci provarono persino con Giovanni Paolo II. 

Morale della favola: oggigiorno non ci sono piú le agenzie di stampa di una volta. Spacciano frottole per realtá, inventano diagnosi e prognosi, confondono le acque, danno notizie tendenziose e incomplete e alla fine nascondono la mano che ha tirato il sasso. Dare la notizia prima degli altri é diventato molto piú importante di dare una notizia completa e attendibile. 
I nostri "cugini" pro-choice ben lo sanno e qualche volta infilano qualche castroneria tra le veline dei notiziari.
Occorre stare molto molto attenti. Se qualcosa di una notizia non vi torna, scaviamo, scaviamo, scaviamo. E qualcosa troveremo...


28 giugno 2013

Un attaccante nato




Ero ancora un bambino quando Stefano Borgonovo calcava il campo dello stadio della Fiorentina. A quel tempo mi chiedevo, quando giocavo a palla con i miei compagni di scuola, come facessero nel calcio a scegliere i ruoli. 
Dipende dal fisico, mi dicevano. Altri invece sostenevano il criterio essere più brutale: mettono tutti i ragazzini in campo, e vedono dove naturalmente si piazzano. In mezzo al campo? Davanti alla porta? O all'attacco? 
Alcuni si piazzavano all'attacco perché sanno che la gente ama di più quelli che fanno gol. Altri si piazzavano davanti solo perché credevano di essere migliori degli altri. E talvolta gli allenatori cialtroni ce li tenevano, scambiando l'esuberanza, e talvolta, un'arroganza da bulletto, per "carattere". 
Ma alcuni di loro - pochi, pochissimi!!-  erano invece attaccanti nati. 
L'attaccante ha una testa strana. Non gli importa di difendersi. E', potremmo dire, indifeso. Confida che altri saranno là dietro a coprire. Il suo compito è buttarsi a capofitto su ogni pallone, anche il più più impossibile da raggiungere. E anche se non sembra, l'attaccante è spesso quello che corre di più, che si fa male più spesso, e alla fine della partita è il più stanco di tutti.  

Stefano Borgonovo era un attaccante nato. Così ha intitolato la sua autobiografia. 
Lo era da giocatore. Lo era da uomo. Ha affrontato la SLA, la sclerosi laterale amiotrofica, sempre all'attacco. Lottando contro la malattia, facendo capire che per lui non era finita finché l'arbitro non avesse fischiato la fine. Ha creato una fondazione che porta il suo nome, una delle fondazioni che lottano contro la SLA ed altre malattie degenerative che colpiscono il sistema nervoso e con esso impediscono in modo progressivo il movimento. 
Un vero inferno, per alcuni, tanto che sarebbe preferibile morire. E infatti la SLA porta alla morte velocemente, interferendo con i meccanismi della deglutizione e provocando così problemi alle vie respiratorie. Quindi a tutti i malati di SLA ben presto si prospetta una scelta: vuoi lasciare perdere, e accettare un rapido decorso della malattia? Oppure vuoi vivere, accettando una tracheotomia, la PEG, e di vivere nella più totale dipendenza dagli altri? 

Stefano Borgonovo ha fatto la sua scelta: ha scelto di attaccare la malattia. Molti avrebbero detto che ha scelto male, e anche se ha scelto da attaccante, è stato egoista verso gli altri, imponendogli di giocare in difesa.
Lui non ha esitato a fare la sua scelta: era un attaccante. E come ogni attaccante stima e ama nel profondo i difensori della propria squadra. Sono loro quelli che gli permettono di giocare all'attacco, di non preoccuparsi di coprire. 
E i difensori di Stefano Borgonovo erano i suoi familiari. I suoi 4 figli, Andrea, Alessandra, Benedetta e Gaia, e sua moglie Chantal. 
Lo so bene che molti hanno un pregiudizio verso le mogli dei calciatori: sono modelle o veline, scelte per la loro avvenenza, ma come donne hanno poco da dire. 
Non certo Chantal. 
Abbiamo avuto modo di incontrarla alla giornata per la vita di Firenze di qualche anno fa. Siamo rimasti veramente colpiti dalla normalità con cui parlava del suo quotidiano impegno, che per molti sarebbe stato una cosa insormontabile. "Essere una moglie", diceva. Semplicemente. Nella buona e nella cattiva sorte. Non una infermiera, come lei sottolineava: una moglie. 


Credo che fosse un allenatore inglese che disse che una squadra di calcio necessita primariamente di una buona colonna vertebrale: un bravo portiere, un bravo difensore centrale, un bravo centrocampista  centrale e un buon centravanti.  
Possiamo quindi ben dire che quella famiglia è una grande squadra: ha (o meglio, aveva) un grande attaccante, e un grande difensore. Possiamo immaginare i suoi figli in un centrocampo a 4. 
Non è mancato un grande portiere. Quello che tutto può parare, perchè Tutto Può. Il portiere non li ha mai lasciati soli. 
Ma ieri pomeriggio l'arbitro ha fischiato la fine della partita. Di gol Stefano ne ha segnati molti. Anche senza potersi muovere. Ha toccato i cuori di tantissimi. E la ricerca sulla SLA va avanti anche grazie alla sua fondazione. Ma il suo scopo era vincere la sua partita con la SLA. Guarire. 
Probabilmente era chiedere troppo, almeno allo stadio delle scoperte attuali sulla malattia. 
Ma lui ci ha provato fino alla fine. 

Questo fa di lui un attaccante vero, un attaccante nato. 

V per VITA


22 giugno 2013

“Eutanasia legale”, le 5 bufale radicali


Nonostante le frottole sull'eutanasia "facile" e senza problemi morali, la verità è diversa


GIULIANO GUZZO 
Condensare tante bugie ed imprecisioni in poche righe è impresa difficile. Occorrono abilità, determinazione e soprattutto esperienza di propaganda; tutte qualità di cui i radicali sono maestri indiscussi, a partire da quando, decenni fa, non si fecero problemi a divulgare cifre del tutto surreali a proposito degli aborti clandestini e del numero di donne morte per mano delle mammane. Per questo non stupiscono i molti errori presenti nel testo dellaProposta di legge di iniziativa popolare su: Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell’eutanasia, per la quale è avviata, a livello nazionale, una raccolta firme. Errori che, per comodità di chi legge, ci permettiamo di sintetizzare e presentare in cinque punti, iniziando dalla relazione introduttiva.
«Ben oltre la metà degli italiani, secondo ogni rilevazione statistica, è a favore dell’eutanasia legale». FALSO: nessuna «rilevazione statistica» dice che «ben oltre la metà degli italiani» vuole l’eutanasia legale. Semmai anni fa delle rilevazioni riscontrarono come, per esempio, il 64% degli italiani fosse favorevole all’eutanasia per Piergiorgio Welby (1945-2006): ma si trattava di rilevazioni effettuate in giorni di forte condizionamento mediatico determinato proprio dal dibattito sul cosiddetto “caso Welby” e per di più commissionate dal quotidiano Repubblica [1], che non può certo considerarsi fonte di massimo equilibrio. Lo stesso, citatissimo studio Eurispes del 2007 – che rilevò come il 68% degli Italiani sarebbe favorevole all’eutanasia – è da considerarsi scarsamente attendibile, non foss’altro per la definizione, a dir poco imprecisa ed edulcorata, che alle persone consultate si diede dell’eutanasia, vale a dire «la possibilità di concludere la vita di un’altra persona, dietro sua richiesta, allo scopo di diminuire le sofferenze» [2]: imprecisa perché non contempla affatto tutte le varianti pratiche dell’eutanasia, che sono molteplici, come i bioeticisti sanno bene [3] -, edulcorata perché «concludere la vita di un’altra persona» è espressione volutamente zuccherosa rispetto alla gravità di quello che il nostro Codice penale, ex art. 579, chiama omicidio del consenziente, prevedendo la detenzione fino a 15 anni.
Sempre stando alla relazione della proposta dagli amici della “dolce morte”, si presenta poi l’eutanasia legale come «morte opportuna invece che imposta nella sofferenza»: FALSO: nessuno, ma proprio nessuno chiede o peggio ancora augura una morte «imposta nella sofferenza»; di certo non la vogliono i cattolici, che invece auspicano che a ciascun malato sia assicurata piena assistenza farmacologica ed umana e, se afflitto da sofferenze, il massimo alleviamento del dolore attraverso la somministrazione di opportune cure. Ne parlava già Papa Pacelli (1876-1958), il quale nel lontano 1957 si spinse a precisare che se anche se «la somministrazione dei narcotici cagiona per se stessa due effetti distinti, da un lato l’alleviamento dei dolori, dall’altro l’abbreviamento della vita» essa è da ritenersi «lecita» [4]. Analogamente il Catechismo spiega che «l’uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile» [5]. Nessuna morte «imposta nella sofferenza», dunque. La morte «imposta nella sofferenza» esiste solo nella mente dei fautori dell’eutanasia legale, che la utilizzano come pretesto per la loro campagna.
La citata relazione continua dicendo che «i vertici dei partiti e la stampa nazionale» preferiscono non parlare di eutanasia. Questa poi. FALSO: di eutanasia si parla, invece. E se ne parla pure molto, senz’altro molto di più di altri pur urgentissimi temi di rilevanza sociale. Consultando l’archivio on linedel primo quotidiano d’Italia, il Corriere della Sera, scopriamo per esempio che dal 2000 al 2012 sono disponibili 317 risposte alla ricerca per la voce «eutanasia». 317 risposte che, per la cronaca, sono più di quattro volte le risposte riguardanti un problema di estrema gravità sociale come la «tossicodipendenza» (77) e più di tredici volte quelle di un altro gravissimo versante, quello della «pedopornografia» (24). Insomma, dire che di eutanasia si parla poco è, ancora una volta, un bufala. A questo punto ci si potrebbe chiedere come mai i radicali, se davvero e coerentemente aspirano a battersi per temi scomodi o comunque di cui la «stampa nazionale» preferisce non parlare, anziché per l’eutanasia legale non s’impegnino per la lotta alla tossicodipendenza o alla pedopornografia, ma la risposta, ahinoi, sembra fin troppo ovvia.
La relazione alla proposta di legge per l’eutanasia legale mente pure laddove allude al «rafforzamento della piaga tanto dell’eutanasia clandestina che dell’accanimento terapeutico». FALSO: non c’è alcun rafforzamento dell’eutanasia clandestina. A meno che, naturalmente, non si dimostri il contrario. Nel frattempo, attendendoci a riscontri e non già ad opinioni, possiamo ricordare come uno dei pochi studi seri effettuati sull’argomento affermi che il 13% dei medici italiani di rianimazione abbia somministrato sostanze col deliberato intento di accelerare il processo di morte [6]. Il che, se corrisponde al vero, vuol dire che quasi il 90% dei medici non ha maieffettuato nessuna operazione con fini eutanasici, e che non può essere certo il 10% o poco più di loro, vale a dire un’esigua minoranza, a determinare lo stravolgimento della normativa vigente. Viceversa, se pensiamo che basti la condotta di una minoranza a giustificare il cambiamento di approccio di un intero ordinamento su un tema, allora dovremmo fare lo stesso anche per l’evasione fiscale, dato che almeno una famiglia italiana su cinque evade il fisco [7]. Eppure su questo versante – come su molti altri – l’attenzione dei radicali per la clandestinità dei fenomeni, stranamente, non si fa sentire. Chissà perché.
Passiamo infine all’articolato della proposta di legge, che si propone di tutelare l’autodeterminazione del paziente o comunque del cittadino sul versante del cosiddetto “fine vita”. FALSO: le disposizioni della proposta di legge non vanno in questo senso. Anzi. Per esempio si prevede la possibilità di nomina di un fiduciario che, allorquando fossimo in condizioni di non poterci esprimere, dovrebbe far valere le nostre volontà terapeutiche (art. 1 comma 3). Peccato che sia dimostrato da accurati studi che un fiduciario, ancorché in buona fede, nel 50% dei casi – una percentuale notevole – male interpreti le volontà della persona che l’ha scelto quale garante delle stesse [8]. Ma anche su questo, naturalmente, gli astutissimi paladini della libertà ad ogni costo tacciono. Esattamente come, allorquando alludono al fatto che un paziente possa essere «congruamente ed adeguatamente informato delle sue condizioni e di tutte le possibili alternative terapeutiche e prevedibili sviluppi clinici», sorvolano su tutte le criticità emerse dall’esperienza. Criticità che riguardano, per esempio, la notevole variabilità delle preferenze terapeutiche legate al mutare delle circostanze [9] e delle condizioni di salute di chi le esprime [10]. Senza considerare che non è la «sofferenza» a determinare richieste di morte, bensì la depressione e la disperazione [11], dato che, per esempio, il tasso di suicidi tra malati di cancro, alla luce di più evidenze, non supera la bassissima percentuale dello 0,3% [12].
Riassumendo: non è vero – o comunque non è affatto dimostrato – che la maggior parte degli italiani sia favorevole all’eutanasia legale; non è vero che l’alternativa all’eutanasia legale è la morte «imposta nella sofferenza»; non è vero che di eutanasia si parla poco, anzi; non esiste alcuna evidenza su una grande diffusione dell’eutanasia clandestina e meno ancora circa un suo presunto «rafforzamento»; non è vero che la Proposta di legge di iniziativa popolare su: Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell’eutanasia tutela l’autodeterminazione e le volontà terapeutiche del paziente, mentre invece è evidente che getta le basi per la sua negazione, specie con la previsione della nomina di un fiduciario. Insomma, per farla breve quella dell’eutanasia legale come soluzione per venire incontro alle esigenze o ai diritti dei cittadini è solo una grande, grandissima bufala. Il solo modo «per vivere liberi fino alla fine» non è firmare per l’eutanasia legale, bensì tenersi alla larga da simili iniziative. Il più possibile.

Note: [1] Cfr. Veltri C. Eutanasia, anche i cattolici favorevoli. Il 50% dei praticanti dice sì a Welby. «Repubblica.it», 29/11/2006; [2] Sondaggio Eurispes 2007 cit. in Guarino C. Sul limite. Malattia, società e decisioni di fine vita, Armando Editore, Roma 2011, p. 90; [3] Goffi, per esempio, classifica dodici possibili e differenti casistiche di eutanasia: 1) l’eutanasia passiva diretta volontaria, 2) l’eutanasia passiva diretta, contro la volontà, 3) l’eutanasia passiva diretta, in assenza di volontà, 4) l’eutanasia passiva indiretta volontaria, 5) l’eutanasia passiva indiretta contro la volontà, 6) l’eutanasia passiva indiretta in assenza di volontà, 7) l’eutanasia attiva diretta volontaria, 8) l’eutanasia attiva diretta contro la volontà, 9) l’eutanasia attiva diretta in assenza di volontà, 10) l’eutanasia indiretta volontaria, 11) l’eutanasia indiretta contro la volontà, 12) L’eutanasia indiretta in assenza di volontà Cfr. Goffi J.Y. Penser l’euthanasie, Press Universitaires de France, 2004, ed. it.  Pensare l’eutanasia, Einaudi,  Torino 2006, p. 41; [4] Discorso di Pio XII intorno a tre quesiti religiosi e morali concernenti l’analgesia, 24/2/1957; [5] Catechismo della Chiesa Cattolica, 2279; [6]  Cfr. Vincent J-L.(1999) Forgoing life support in western European intensive care units: The results of an ethical questionnaire. «Critical Care Medicine»; 27(8):1626-1633; [7] Cfr. Una famiglia su 5 spende e dichiara zero euro. «Unita.it», 20/11/2012; [8] Cfr. Sulmasy D.P. – Terry P.B. – Weisman C.S. – Miller D.J. – Stallings R.Y. – Vettese M.A.- Haller K.B. (1998) The accuracy of substituted judgments in patients with terminal diagnoses. «Annals of Internal Medicine»; 128(8):621-629; [9] Cfr, Baskett P.J. – Steen P.A.  Bossaert L. (2005)European Resuscitation Council. European Resuscitation Council guidelines for resuscitation 2005. Section 8. The ethics of resuscitation and end-of-life decisions. «Resuscitation»; 67: Suppl 1: S171-180; [10] Cfr. Schwartz C.E. – Merriman M.P. – Reed G.W. – Hammes B.J. (2004) Measuring patient treatment preferences in end-of-life care research: applications for advance care planning interventions and response shift research. «Journal of Palliative Medicine»; 7: 233-245; [11] Cfr. Tiernan E. – Casey P. –  O’Boyle C. – Birkbeck G. – Mangan M. – O’Siorain L. – Kearney M. (2002) Relations between desire for early death, depressive symptoms and antidepressant prescribing in terminally ill patients with cancer. «Journal of the Royal Society of Medicine»; 95(8): 386–390; [12] Cfr. Di Mola G. Suicidio e richiesta di eutanasia nella popolazione di malati sofferenti, in AA.VV. Questioni di vita o di morte, Guerini studio, Milano 2004, p. 142.