24 febbraio 2012

Think different... about love!




MARCO CIAMEI


C’è un popolo silenzioso eppure vivo, nascosto ma non rabbuiato, deriso però sempre lì, imperterrito, testardo nel credere in alcuni valori “di una volta”. Ops, ci è scappato “una volta”. E così già partiamo male, perché tutto ciò che è vecchio non tira più, non rende, va cambiato. Semmai: cosa ci proponi di nuovo, che spacca, che rompe le regole dell’ordinario? Sembra essere questa la domanda che tanti di noi si sentono fare o, magari, fanno agli altri. Il nuovo, il diverso, ciò che fa saltare gli schemi. 

Eppure, pensiamoci un attimo: cosa oggi risulta più stonato rispetto alla melodia monocorde che impone la tirannia del gruppo, del “oggi si fa così”? Cosa disturba più le coscienze? Cosa, soprattutto, fa saltare dalle sedie i nostri amici, i quali al solo sentire una certa parola strabuzzano gli occhi quasi prendendoci dei marziani? 

Di cosa parliamo? Semplice. L’accettate una simpatica sfida? Provate a fare questo semplice esperimento: siete in compagnia degli amici, magari compagni di scuola o di corso; si parla del più o del meno, forse non si sa neanche di che parlare; quando tutto sembra scontato, tranquillo, noioso; bene, provate a fare una semplice domanda. Eccola: “Dai, ragazzi, perché non parliamo di castità?!”. Avete mai visto (su youtube magari) quei video che riportano immagini di esplosioni nucleari? Beh, l’effetto non sarà molto diverso. Un fulmine a ciel sereno colpisce di meno (ehm, scusate la rima!). 

Ma perché mai? Castità, lo sanno tutti cosa è … o no?Sappiamo di che si parla … o no?, sembra quasi una parolaccia: «Castità!». Beh, c’è da dire che lo diventa eccome se viene ridotta a regola, a obbligo morale, a strumento per non rischiare (sic!) una gravidanza. Ecco che quella parola perderà ogni significato alle orecchie di giovani ben vaccinati ad ogni cosa che si avvicini lontanamente ad un concetto etico/morale. 

Ennò. Noi crediamo nella castità non tanto perché ciò è buono, perché ciò è giusto; anche per quello, certo, ma soprattutto perché l’amore casto è bello, e “La bellezza salverà il mondo”, diceva Giovanni Paolo II, e queste parole non risultano scontate in un tempo in cui “il bello è brutto e il brutto è bello” (è l’esclamazione delle streghe all’inizio del Macbeth)! Oggi non ci seguono se parliamo di giusto, ma ragazze (soprattutto) e ragazzi (anche loro fidatevi) accolgono volentieri le nostre parole se sappiamo riempirli di cose belle. C’è sete di bellezza! 

E perché la castità sarebbe bella? E beh, qui o uno trova davvero bella la castità o non verrà ascoltato nemmeno dal chierico più puro! O ami i fiori, o è inutile che provi a convincere qualcuno a curarne uno. O sei convinto della bellezza di una ragazza, o chi mai ti riterrà un uomo fortunato davanti alle tue fantasmagoriche descrizioni? 

È il cuore che convince, e per cuore intendiamo l’anima, la parte profonda di noi stessi, quella zona così delicata che richiede rispetto e attenzione, serietà e rigore. Essì, tutte cose che mancavano a chi vi scrive il giorno in cui, al liceo, la prof. di religione, che ci conosceva bene, dopo essere entrata, con una voce soave ha chiesto “Alzi la mano chi di voi è contrario ai rapporti prematrimoniali” (che le avrei fatto!). Eccola lì, una sola mano levata in mezzo a quasi trenta giovincelle e giovincelli nel pieno delle ben note tempeste ormonali dell’adolescenza. Inutile dirvi la potenza di fuoco a cui chi vi scrive ha dovuto far fronte; non è inutile, invece, dirvi quanto deboli e spuntate fossero le mie armi. La castità era un valore da difendere, ma mai entrato in quel cuore di cui parlavamo prima: mai affrontato con serietà e rigore, mai rispettato davvero. 

Castità significa “dare” tutto solo dopo che hai “detto” tutto. Tutto e per sempre, non una parte e in modo precario. Chi di noi desidera un amore parziale, magari al 63 percento? C'è forse qualcuno che aspira ad amare in modo incompleto? 

E diciamocela la verità una buona volta! Tutti cerchiamo l’amore, quello vero, quello che completa, che appaga. Tutti vogliamo offrire solo questo tipo di amore e cerchiamo chi meriti tutto questo: fatichiamo, aspettiamo, ci scervelliamo, tutto sempre per capire dove si trovi questo “lui”, questa “lei” che merita tutto di noi stessi; qualcuno che sia anche capace di amare noi allo stesso modo. 

Castità, per concludere, non è altro che saper attendere un «sì», ma non uno qualsiasi. 

E’ un «sì» ad un amore per sempre, in cui davvero si può “dare” tutto in accordo con il proprio “dire” tutto. 

E’ una promessa, un progetto di vita insieme, tutta la vita, per sempre. E’ dire sì non ad un’astratta morale, ma ad una persona, così com’è realmente e non come ci illudiamo che sia. 

Ecco la vera rivoluzione: ecco quelli che credono all’amore, quello vero, quello bello … quello casto!


Marco Ciamei è il responsabile del gruppo Facebook "Quelli che... l'amore casto è il più bello!" Iscrivetevi numerosi! 
La redazione

22 febbraio 2012

Lo scivolone di Karl Popper


EMANUELE PETRILLI

C'è stata ieri una notizia molto interessante. A Milano, lunedì, il procuratore di Torino Giancarlo Caselli, noto alle cronache per essere stato il grande inquisitore di Giulio Andreotti (come ricorderete non coronò il suo sogno di condanna) avrebbe dovuto presentare il suo libro, "assalto alla giustizia". 

Disgraziatamente non è riuscito a tenere questa presentazione. Gli attivisti del movimento "No TAV" glielo hanno impedito. 

Glielo hanno impedito senza nemmeno muoversi, ma solo attrezzandosi per farlo. 

Caselli infatti era finito sulla lista nera dei "No TAV" per aver condannato alcuni esponenti di questo movimento. Per non "coinvolgere persone perbene" in una contestazione che si preannunciava in grande stile, il magistrato ha preferito sospendere la presentazione. 

Del resto già Torino trasuda odio verso Caselli dai suoi muri: si contano già molte scritte che lo insultano, augurandogli trapassi dolorosi ma molto significativi. 


Torino, già. Questa città strana in cui convivono il SerMiG, l'oratorio del Valdocco di Don Bosco, e i gruppi oltranzisti che vedono nel medico radicale, abortista ed eutanasista Silvio Viale una fonte di ispirazione ideologica. Quelli che travestiti da Babbo natale hanno portato in dono molte scatole di RU486 ad un ospedale. Che pensiero carino. 

Gli stessi che l'anno scorso hanno impedito a Valter Boero e Pino Morandini, rispettivamente il presidente del Movimento per la Vita Torinese e il Vice Presidente del Movimento per la vita Italiano, di presentare un libro alla fiera del libro di Torino presso il proprio stand. Un libro richiama la cultura, la cultura richiama il rispetto: ma questo non ha impedito a quattro scalmanate urlanti di sfasciare il nostro stand a calci. 

E mi ricordo anche di un gruppo femminista, il gruppo "Medea", che si è vantato qualche tempo fa di avere interrotto con slogan gridati dagli altoparlanti un pacifico incontro organizzato dal Movimento per la vita di Padova, occupando letteralmente la sala e non smettendo mai di urlare, per paura che i propri nemici potessero prendere la parola; ma filmando diligentemente tutto. Però non hanno sfasciato nulla. Che gentili. 

Ora, cosa rispondere a questi soggetti che pensano che distruggere l'operato degli altri sia una legittima forma di manifestazione del pensiero? 

Mi vengono a mente le parole di Karl Popper, che in "La società aperta e i suoi nemici" scrive che non si può essere tolleranti con gli intolleranti, ma in nome della tolleranza bisogna essere intolleranti con gli intolleranti. 

Ed ecco lo scivolone. 

Posso capire la prima frase come ispiratrice di una normativa che stabilisca delle regole precise. Perché se tu mi interrompi la tua manifestazione di pensiero impedisce la mia. E questo è chiaro. 

Ma la conclusione di Popper, applicata, ci porta a risultati non lontani dalle conclusione dei No Tav, del gruppo Medea e dei "bravi" di Torino. 

E' chiaro infatti che questo sistema, per funzionare, postula un tribunale della Verità che chiarisca, con sentenza passata in giudicato, chi è intollerante e chi non lo è. 

Ma siccome questo tribunale, con buona pace dei filosofi illusi come Popper, non esiste, ognuno si erge a giudice. 

E quindi ognuno coltiva la sua idea di chi è tollerante e di chi no. Bollando il proprio nemico come "intollerante" ecco pronta in cinque minuti di microonde una comoda scusa per essere intolleranti verso il prossimo. Ah, ma non tutto il prossimo: solo quello che è lontano dalle mie idee. 

Sono sinceramente convinto che alcune idee non dovrebbero avere cittadinanza in una società moderna: idee dettate dall'esasperazione sociale, e che conducono a seguire chi, additando nemici e chiamando alle armi, sembra dare una speranza di riscatto. 

Purtuttavia non si può, con alcuna scusa, mettere il bavaglio ad alcuno. 

Però c'è un limite: quello della convivenza sociale. Non è detto che un poliziotto debba rimetterci le cuoia, o rischiare di farlo, solo perché tu hai scelto questo modo originale di manifestare il tuo pensiero. Non è detto che la presentazione di un libro debba diventare una occasione di capire se il corso di autodifesa è stato o no uno spreco di tempo e denaro.

La democrazia ci impone di trovare modi pacifici e non violenti (nemmeno a parole) per dire quello che abbiamo da dire. Se scegliamo di farlo tutti insieme, la società progredisce. 

Altrimenti, non potendo più presentare libri, finiremo per bruciarli. 




23 gennaio 2012

La gioia di essere derubati


Giovanni Burzio


Nasci e credi in niente...
Cresci e credi a tutto...
Invecchi e non credi più a niente...
Muori e speri che, anche per un solo attimo, qualcuno abbia creduto in te.
Non abbiamo l'eternità... solo attimi eterni.

Non è vero che la gioia condivisa è doppia. La solitudine anzi aggiunge forza all'emozione di un momento, e poi al suo ricordo.
Immaginiamo un alpinista che raggiunge la cima dell'Everest da solo. Reinhold Messner, appunto.
Lui dice che la GIOIA raddoppia se condivisa, mentre da soli non si può dividere la PAURA. Verissimo. Ma quel che non ha detto è che, se la paura nel presente è doppia, anche quando è nel passato essa raddoppia l'emozione.
Come dire "L'ho fatto, era rischioso, avevo paura, ma non mi sono tirato indietro. Io ho fatto forza a me stesso quando nessun altro avrebbe potuto farlo." Punto.
Invece quello che serve veramente è qualcuno con il quale condividere la NOSTALGIA di quel momento. Perché solo chi era là potrà fermarsi ad ascoltare (e ricordare in prima persona) rinunciando anche soltanto per un attimo a cercare la propria emozione.
Anche per questo diffido dei libri che si lasciano leggere per più di una pagina per volta. Non perché avvincono il lettore immobilizzandolo nel dipanarsi del loro racconto, ma perché dopo che ha letto (se non già durante la lettura) non lo spingono sulla via del proprio pensiero.
Ergo: La migliore gioia che si possa condividere è quella che spinge a cercare la propria, invece di trattenere nel racconto di quella altrui.
Ma anche per far questo bisogna avere orecchie. Bisogna essere ladri ma anche derubati.
Si nasce e non sappiamo né rubare nè essere derubati.
Si cresce e da tutti rubiamo, affamati di tutto ma senza niente da offrire.
Si invecchia e non si vuole più niente da nessuno, perché troppo abbiamo rubato e troppo poco siamo stati derubati.
Si muore e vorremmo che qualcuno, anche solo per un attimo, potesse aver portato via un pò della nostra gioia nel cercare la sua.
La gioia di essere derubati. Questo dobbiamo riscoprire. Anche se da soli abbiamo scoperto la nostra felicità, senza rubare niente a nessuno, dobbiamo lasciarla sulla finestra per chi passerà nella nostra notte. Non arriverà sempre un mattino per dolersene.
Ma per far questo dobbiamo aver amato qualche cosa che va oltre noi stessi, anche di un solo passo. E questo a sua volta dovrà fare altrettanto. Non potrà non fare altrettanto.
Di qualunque cosa si tratti, per un attimo eterno ne facciamo parte. Una infinita serie di punti finiti. Entità finite ed infinite al tempo stesso. Collegamenti, ponti d'oro al ladro che sfugge verso chi a sua volta lo deruberà.
Qualcuno lo chiama "Prossimo". Qualcuno lo chiama "Lontano".



05 gennaio 2012

Che il Download vi benedica


Emanuele Petrilli

Che bellezza vedere che il mondo non sta mai fermo, e trova nuove e meravigliose occasioni per farsi ridere addosso. 
In Svezia è stata appena riconosciuta come religione il Kopimismo, e cioè una religione che venera il download. Sì, avete letto bene. Loro venerano non Dio, ma il fatto di poter scaricare film, canzoni e dati da internet (la parola "Kopimi", da cui "kopimismo", deriva dalla traslitterazione in svedese dell'espressione inglese "Copy Me", copiami).
La reazione a questa notizia non può che essere "ma che diav…??!?!?" . Successivamente segue una risata di mezz'ora fin quando ci si accorge che non è uno scherzo. 
Perché quando ci si accorge che non è uno scherzo, si smette di ridere e ci si comincia a preoccupare. 
Anzitutto, un dubbio sorge: non è che lo scopo di far diventare una religione una diffusa pratica peraltro illegale sia un modo per renderla legale? 
Non dimentichiamo che in Olanda esiste il partito dei pedofili per le stesse ragioni. 
E in effetti, come afferma il quotidiano "the Local", in Svezia dopo la divisione tra Chiesa e Stato del 2000 (ma perché prima erano uniti?) accreditarsi come Chiesa è poco più che iscriversi al registro delle imprese. 

Dunque solo una operazione di pirateria commerciale? 
Non proprio. Questa fede conta già 3000 adepti, almeno a detta del suo capo spirituale (?) Isak Gerson. Il quale è studente di Filosofia all'università di Uppsala, e nel suo sito personale , www.isakgerson.se, non parla affatto di religione ma di una ferma convinzione che i brevetti debbano essere liberi. 
E fin qui, nulla di inaudito. Ma cosa c'entra la religione? 
Il soggetto è già di per sé fautore di movimenti di "giovani pirati" (informatici, si spera: i vichinghi dovrebbero essersi estinti ormai) fondatore di un coffe-book socialista (non ci facciamo mancare niente) scrive su un blog di filosofia (in modo né brillante né originale, da quel che leggo) nel quale svaria (vorrei dire svariona) tra socialismo, morale e proprietà intellettuale. A quanto pare il non poter scaricare film porno gratis è per lui un dramma come il peso dell'essere per gli esistenzialisti. Il pessimismo della ragione, l'ottimismo del bittorent. 
Sì ma ancora, che c'entra la religione? 
Il Gerson dichiara al quotidiano "The Local" che « una comunità religiosa potrebbe in pratica basarsi su qualsiasi cosa». Potrebbe basarsi, sì. Senza farsi ridere dietro, magari, no. 
Eppure, a guardare bene, qualcosa la religione c'entra. 
Nel suo blog Gerson dichiara di essere "coinvolto nella guida del movimento cristiano degli studenti in Svezia" (KRISS). 
Ahia. 
A questo punto una domanda la faccio io a voi. D'accordo essere "pirati". D'accordo essere cialtroni. D'accordo anche, ma mi costa, che ormai qualunque buzzurro può farsi una religione in casa con le uscite settimanali in edicola. 
Ma come mai un cristiano svedese può tranquillamente pensare di fondare una Chiesa, basata su tutt'altre cose che non Cristo e Dio, o anche su una filosofia teosofica, ma addirittura su una cosa bassa e triviale come il download?

Per chi si stesse ancora chiedendo a che servono le guide spirituali, due informazioni: 
1) le guide spirituali servono a non passare da idioti quando si parla di religione, e, conseguentemente,
2) non vi consiglio Isak Gerson come guida spirituale. 

Detto questo, se qualcuno di voi ancora crede che la ragione umana possa offrire un valido aiuto contro gli errori più grossolani dovrà ricredersi. 
E chi pensa che ognuno vada rispettato nelle sue credenze religiose quali che siano, non si dovrà stupire se viene a sapere che il suo amico sta pregando insieme ad altri 120 seeders e 150 leechers. 
Ne avrà per altri 3 giorni, 2 ore, 16 minuti e 45 secondi; se la connessione regge, s'intende. 

Sì alla Vita forte e duro.


P.S: L'immagine sopra è liberamente scaricabile. Si prega di non venerare. 

24 dicembre 2011

Auguri di Buon Natale dall'Equipe Giovani







Natale è alle porte. Quest'anno è arrivato quasi in punta di piedi, temendo di non disturbare.

Squassati da notizie tragiche, quest'anno festeggiare un sereno Natale sembra quasi un lusso, o una cosa da incoscienti.

Eppure il Natale inesorabilmente arriva, a ricordarci che la vita va avanti nonostante tutto.

Ci saranno anche quest'anno persone che festeggeranno un ben misero Natale, per vicende personali o per difficoltà comuni.

Ci saranno poveri che non mangeranno, o anche poveri di spirito che passeranno la notte di Natale da soli, o chiusi in un lavoro grigio e alienante.

Ma ci saranno anche persone che festeggeranno quest'anno il più bel Natale della loro vita. Le sole persone cui mi viene da pensare sono le giovani coppie che hanno avuto quest'anno il loro bambino, oppure che sono in attesa di averne uno l'anno nuovo.

Questi bambini arrivano anche loro, come il Natale, in punta di piedi. Il buonsenso forse ci ammonirebbe dal far venire al mondo con tanta leggerezza dei bambini, in questa Italia in cui lo Spread è un botto di Capodanno e c'è chi, con geniale ironia, canta "Merry Crisi and a Happy new ICI".

Forse il buonsenso ci ammonirebbe dal fare un sacco di cose. Eppure noi, da incoscienti, osiamo credere nella vita.

E il Natale, il primo Natale di queste creature, pur in punta di piedi e col pensiero di dar fastidio, arriva, puntualmente.

Troppo buonsenso uccide la speranza, soffoca la gioia. Ci vuole un po' di follia per essere felici.




L'Equipe Giovani del Movimento per la Vita augura a tutti un sereno Natale e un Felice Anno nuovo.