10 maggio 2013

Sindrome di Down: ricercare per curare.




Intervista al Prof. Pierluigi Strippoli

di Anna Fusina


Pierluigi Strippoli è professore associato di Biologia Applicata e Responsabile del Laboratorio di Genomica del Dipartimento di Medicina Specialistica, Diagnostica e Sperimentale dell’Università di Bologna.
E’ un ricercatore che si ispira all'opera scientifica di Jérôme Lejeune, il genetista scopritore della Sindrome di Down,  per tentare di svilupparne le intuizioni con i moderni strumenti della genomica.


Prof. Strippoli, in che modo l’opera di Jérôme Lejeune ha incrociato la sua vita e cosa è nato da questo incontro?

Ho iniziato a fare ricerca sul cromosoma 21 umano nel 1998, poco dopo il mio ingresso in Università nel ruolo di Ricercatore.
Iniziò allora la mia collaborazione con la Professoressa Maria Zannotti, che era stata allieva del Prof. Jérôme Lejeune a Parigi nel 1967 e nel 1969, e aveva portato a Bologna questo tema di ricerca.
In un primo tempo esitavo ad occuparmi di questo ambito, ero convinto che fosse già "sovraffollato".
Invece, con mio stupore, mi accorsi che i gruppi di ricerca che studiavano i meccanismi con cui il cromosoma 21 causa la sindrome di Down, dove è anormalmente presente in tre esemplari invece di due, erano molto pochi relativamente alla frequenza e alla importanza di questa condizione genetica.
In effetti, pur con risorse molto ridotte, fu nel nostro Laboratorio dell'allora Dipartimento di Istologia, Embriologia e Biologia Applicata che una collega del mio gruppo, Lorenza Vitale, poté identificare uno dei geni del cromosoma 21 umano passato inosservato nella mappa "completa" già pubblicata nel contesto del "Progetto Genoma", un risultato seguito dalla pubblicazione di altri studi di genetica molecolare relativi allo stesso cromosoma.
Tuttavia, negli ultimi anni, la difficoltà nel reperire fondi per i nostri progetti di ricerca e un certo scoraggiamento complessivo mi avevano allontanato di fatto dalla ricerca sulla sindrome di Down. In seguito al suggerimento fortuito di intervenire al congresso denominato "Lejeune Conference", promosso a Parigi nel marzo 2011 dalla Fondazione Lejeune per incentivare la ricerca di una terapia della trisomia 21, ho potuto incontrare Ombretta Salvucci, ricercatrice a Washington e, attraverso di lei, la famiglia del Prof. Lejeune, venendo in contatto diretto con la storia di questo medico e genetista.
Sebbene mi fosse noto il suo ruolo storico nella scoperta, pubblicata nel 1959, che la sindrome di Down è dovuta ad un cromosoma 21 in eccesso, quando sino ad allora si chiamavano in causa sifilide, alcolismo o persino immoralità dei genitori, non immaginavo la profondità delle sue intuizioni scientifiche sulle possibili vie da esplorare per cercare una cura, né mi era mai parso così chiaro che fosse ragionevole investire le proprie energie in questa impresa, per lui "meno difficile che spedire un uomo sulla luna".
Via via emergeva ai miei occhi un uomo di intelligenza ed umanità straordinarie, unito nel suo essere medico, pediatra, genetista, scienziato, marito e padre, uomo di fede (sono rimasto molto colpito dal fatto che sia in corso la sua causa di beatificazione).
Al ritorno in aereo ho letto il piccolo splendido libro "La vita è una sfida", la storia di Lejeune scritta dalla figlia Clara, rimanendone profondamente impressionato.

Le conseguenze di questo incontro sono state molteplici, ad esempio: ho ripreso un atteggiamento di forte ipotesi positiva che le nostre competenze in Medicina, Genetica e Genomica, e Bioinformatica fossero proprio quelle necessarie a tentare di proseguire il lavoro di Lejeune, che fino all'ultimo lavorò per cercare di comprendere i meccanismi con cui il cromosoma 21 causa i sintomi, in vista di una cura; dopo molti anni passati in Laboratorio sono tornato in Clinica, su suggerimento diretto della Signora Birthe, moglie del Prof. Lejeune, dove, seguendo il pediatra Prof. Guido Cocchi all'Ospedale Sant'Orsola di Bologna, ho avuto molte nuove idee su come indirizzare le ricerche del nostro Laboratorio in modo più mirato, e allo stesso tempo ho constatato la commovente ricchezza umana e affettiva di questi bambini e dei loro genitori; ho osservato come il disturbo cognitivo sia meno grave di quello che si ritiene comunemente, il problema prevalente è quello di espressione verbale, che Lejeune attribuiva ad una "intossicazione cronica" delle sinapsi cerebrali causata da qualche prodotto del cromosoma in eccesso; ho infine lanciato con convinzione iniziative di raccolta di fondi per le nostre ricerche, riscontrando l'interesse inatteso di persone ed enti privati (per informazioni vedere link alla fine di pagina: http://apollo11.isto.unibo.it/).

Qual è lo scopo delle sue ricerche?

Lo scopo immediato è quello di produrre molteplici mappe strutturali e funzionali del cromosoma 21 umano, studiato sia in tessuti normali sia in cellule trisomiche, per identificare quali specifici geni siano "critici" per lo sviluppo dei sintomi.
Credo che dalla generazione di queste mappe e soprattutto dalla loro sovrapposizione potranno venire molti spunti per i passi successivi, ossia chiarire almeno alcuni dei meccanismi molecolari con cui il cromosoma 21 in eccesso causa le manifestazioni della sindrome. Lo scopo finale è quello di arrivare a proporre interventi terapeutici mirati basati sulla interazione con le vie metaboliche presumilmente maggiormente responsabili dei sintomi.
Un cruccio di Lejeune era proprio la difficoltà di indirizzare risorse e ricerche in questa direzione, data l'opinione prevalente nella comunità scientifica che fosse possibile "risolvere" il problema della trisomia 21 con la diagnosi prenatale e l'aborto selettivo.
Al di là delle ovvie problematiche etiche implicate in questa visione, risulta evidente da una semplice analisi della letteratura scientifica che di fatto il prevalere di filoni di ricerca, e quindi di tempo, energie e risorse, indirizzati all'affinamento dei metodi di diagnosi prenatale si è associato di fatto ad un molto minore sforzo nella direzione della ricerca di una cura, che rimane il vero scopo della Medicina, come Lejeune sostenne nel suo memorabile discorso di accettazione del premio  “William  Allan” a San Francisco il 3 ottobre 1969.

Qual è lo stato delle ricerche sulla diagnosi prenatale della sindrome di Down?

Le ricerche sulla diagnosi prenatale hanno sinora avuto come esito concreto solo la possibilità dell'aborto selettivo di feti con sindrome di Down in caso di test positivo. L'uso di metodi invasivi, come la villocentesi e l’amniocentesi, porta ad una conoscenza anticipata della diagnosi che non dà vantaggi ai fini della salute del feto, al contrario è associato allo 0.6-0.7% di rischio aggiuntivo di aborto (conseguente alla manovra): in pratica un caso ogni 150 analisi circa, una possibilità concreta. E rimane il rischio, seppure molto basso, di errori diagnostici.
Nuovissimi test di imminente diffusione possono invece permettere la diagnosi basandosi su un prelievo di sangue materno, che contiene comunque molecole di DNA fetali, senza i rischi connessi alle manovre invasive. Questi metodi aumenteranno probabilmente la richiesta di test diagnostici prenatali, che già oggi esitano in Europa nella scelta dell'aborto in circa il 90% dei casi in cui il test è risultato positivo per la diagnosi di trisomia 21.
Non si può escludere che se in futuro diventerà possibile somministrare cure intrauterine a vantaggio dei feti con trisomia 21 tali metodi non invasivi potrebbero essere utili per individuare i feti da curare. Attualmente comunque non vi è questa possibilità.

Può descrivere la sua attività di ricerca e lo spirito che la anima?

Sostanzialmente abbiamo avviato dall'autunno 2012 tre progetti principali, entusiasti della possibilità di poter almeno tentare di portare un contributo alla prospettiva di un miglioramento concreto della disabilità intellettiva  tipica della sindrome di Down.
Il "Progetto Geni 21" è già in corso e si propone di realizzare mappe geniche di espressione orientate alla caratterizzazione dell'attività dei geni del cromosoma 21.
Abbiamo ideato, realizzato e pubblicato un software di analisi bioinformatica  molto potente, TRAM (Transcriptome Mapper), che ora stiamo utilizzando intensivamente per identificare i geni del cromosoma 21 maggiormente attivi nel cervello.
Stiamo scrivendo un progetto parallelo più grande e di più largo respiro, "Progetto Genoma 21", basato sullo studio delle cellule ottenibili con un prelievo di sangue dai bambini trisomici ed eventualmente dai loro genitori, per lo studio sistematico e mai sinora eseguito del genoma, del trascrittoma e del metiloma di ogni soggetto, associato alla raccolta sistematica e approfondita di tutti i dati clinici. Queste analisi sono molto nuove e costose, ma confidiamo di arrivare, nel tempo, a studiare un numero significativo di soggetti, inclusi quelli di controllo.
Infine abbiamo avuto l'idea di iniziare a ristudiare, semplicemente, l'opera scientifica di Lejeune. Stiamo rintracciando i suoi articoli scientifici pubblicati a partire dagli anni '60 fino ai primi anni '90, incredibilmente attuali se si pensa che in Genetica gli articoli diventano "datati" nell'arco di pochi anni. Questi lavori sono una fonte straordinaria di intuizioni ed idee spesso rimaste non verificate, e che oggi potrebbero essere sottoposte al vaglio dei moderni mezzi della genomica e della bioinformatica.

Esiste una distinzione netta tra normalità e patologia nell'ambito del genoma?

Il miglioramento delle tecniche di indagine ha mostrato che, anche in assenza di sintomi clinici evidenti, tutti gli individui umani portano un carico di mutazioni genetiche più o meno grande.
Nel discorso al Premio "William Allan" prima citato,  Lejeune ha prefigurato questa situazione, chiedendosi come si poteva stabilire una soglia netta che distinguesse normalità e patologia nel mosaicismo, ossia una condizione in cui parte delle cellule hanno un corredo cromosomico normale e parte hanno trisomia. Si chiedeva, nel 1969: “Ammettendo che la presenza del 50 per cento di cellule mutate sia patologica, cosa diremo di chi ne ha il 40, il 20 o il 5 per cento?
Sono rimasto veramente colpito quando ho scoperto che solo nel 2005, Rehen e collaboratori hanno effettivamente dimostrato che nei cervelli umani di individui normali il 2% dei neuroni ha trisomia del cromosoma 21, e lo studio era limitato a questo solo cromosoma...
Questo dato sorprendente, già riconfermato, mostra la difficoltà nell'applicare schemi precostituiti, come il concetto di "perfezione", alla realtà biologica.
Siamo tutti imperfetti.

Vorrei infine ricordare che il Prof. Lejeune chiamava i suoi piccoli pazienti "diseredati", unendo genialmente nel termine la loro condizione biologica di portatori di un patrimonio ereditario errato alla condizione sociale di abbandono in cui spesso versano, e sosteneva:
"La gente dice: "Il prezzo delle malattie genetiche è alto. Se questi individui potessero essere eliminati precocemente, il risparmio sarebbe enorme!".
Non può essere negato che il prezzo di queste malattie sia alto, in termini di sofferenza per l’individuo e di oneri per la società. Senza menzionare quel che sopportano i genitori!
Ma noi possiamo assegnare un valore a quel prezzo: è esattamente quel che una società deve pagare per rimanere pienamente umana".

Vi è una forte responsabilità della società nel supportare in tutti i modi e nel non lasciare sole le famiglie delle persone con disabilità.

08 aprile 2013

UN PADRE


Pur condividendo l'entusiasmo per l'elezione del nuovo Papa, i giovani prolife non dimenticano gli otto anni passati insieme a Papa Benedetto. A lui dedichiamo questa riflessione. 

UN PADRE 
di LILIANA DELLITURRI

Francesco è il terzo papa che ho la fortuna di conoscere. Sono nata sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, ma il periodo più importante della mia vita, ossia l'adolescenza, l'ho vissuto durante il mandato di Benedetto XVI. È stato durante quegli anni che ho iniziato a interessarmi al valore della vita, mi sentivo in grado di razionalizzare finalmente alcune determinate scelte e all'altezza di comprenderne contenuti e pensieri. C'è sicuramente stato chi mi è corso in aiuto, e tra di loro non posso non riconoscere la presenza di Benedetto XVI che ha trattato questi contenuti nella maniera più tempistica possibile rispetto alla mia ragione e crescita.

La sua forte personalità risulterebbe evidente anche al vaglio di questioni squisitamente laiche, dove la laicità non sia da intendere come una mancanza di valori: una grande preparazione dal punto di vista teologico e mistagogico, un atteggiamento ed un linguaggio da buon padre di famiglia e da pastore di anime, una forte capacità di trasmettere e propagandare alcuni fondamentali valori del vivere in comunità , come l'umiltà e la tolleranza. Ma la peculiarità che più ho trovato incline al mio animo di ragazza è stata la sua magistrale inclinazione a trattare imponenti temi etici concernenti la vita, dal concepimento alla morte naturale (uso del preservativo, fine vita, malattia, sofferenza,...), unendo ad un linguaggio aulico, una dialettica accessibile a tutti, nonostante la notevole incisività dei contenuti.

Mi trovo oggi a dovermi confrontare con una realtà che, secondo il mio parere, ribadisce ulteriormente le sue palesi doti di forza e di costanza rispetto al ruolo che con magnificenza ha rivestito: durante l’anno che egli stesso ha voluto definire “Anno della Fede”, Papa Benedetto XVI ha optato per un’ardua e difficile scelta, trattasi della rinuncia della sede petrina. Credo che nella lettera enciclica che il pontefice ci lascia “Caritas in veritate” si possa trovare un commento sentito e vero di quella che può essere una scelta di un grande uomo, ma pur sempre uomo, “la salvezza di ognuno di noi è la verità nella carità”, ed è così che si dimostra ai nostri occhi quell’uomo…caritatevole e buono nonostante il confronto con la Verità, che lo vede stanco e ammalato.

Adesso, nel passaggio da un pontefice all’altro, ci resta solo di poter costatare la luminosa eredità che queste grandi, seppur diverse, personalità ci lasciano.

Vorrei concludere la mia riflessione con una citazione di Francesco Cacucci, Arcivescovo della diocesi di cui fa parte il mio paese (Bari - Bitonto), oltre che Presidente della Conferenza Episcopale di Puglia, tratta da un commento fatto alla notizia delle dimissioni del Papa: “Stupore e ammirazione. Sono questi i sentimenti che mi accompagnano in questo momento”.

Con gli stessi sentimenti,

Liliana Delliturri




03 aprile 2013

Non è un paese per bimbi


di V per VITA

L'Olanda: non è un paese per bimbi. 
Per tulipani, di certo. Per zoccoletti, anche. Per appassionati pittori lesti di pennello e anche di rasoio, bravi da impazzire, pure.
Come pure bravi da impazzire sono stati i giudici della Corte d'Appello di  Arnhem-Leeuwarden.
I quali hanno stabilito senz'ombra di dubbio che l'associazione Vereniging Martijn che promuove apertamente la pedofilia legale e lecita può sussistere. 
Malgrado esso sia gravemente in contrasto con il codice penale olandese (ah perché avevano anche un codice penale?) l'associazione deve poter sussistere. 
Infatti a quanto pare non è reato professare di voler cambiare una legge. 
Dipende magari dalla legge? Macché. 
Come ha fatto notare un ispido commentatore su un blog, è come se si dicesse che il Ku Klux Klan non va proibito, no! E' solo un associazione culturale che liberamente professa la superiorità dei bianchi sui neri. 
Non è un paese per bimbi. Già a 12 anni si può giocare d'azzardo (coi soldi rubati alla nonna immagino) e ci si può drogare ( ma solo droghe leggere, mi raccomando!) . La stessa età secondo quella organizzazione di pervertiti deve valere per dare consenso all'atto sessuale. 
Ho detto di pervertiti, dovevo dire di delinquenti. Già, infatti il tesoriere di quella illustre associazione è già stato condannato per possesso di materiale pedopornografico. E l'associazione stessa aveva pubblicato delle foto dei "reali bambini". La corona non ha apprezzato il tenero gesto e sono stati condannati alla rimozione oltre ad un risarcimento.
Non è un paese per bimbi. L'aborto è libero, come pure la fecondazione in vitro e la conseguente sovrapproduzione di embrioni che porta a trasformare esseri umani in cavie da esperimenti. 
Ma soprattuto l'Olanda attua il protocollo di Groeningen. Quello che permette l'eutanasia infantile. 
Avete un bimbo ma non vi piace perché magari è disabile? Non vi preoccupate, entro tre anni è ancora in garanzia. 
Basta portarlo in apposite cliniche, pagare, e ve lo facciamo fuori. E tutto questo è legale! 
E quando fu legalizzato, molti medici affermarono qualcosa del tipo: "meno male! già avevamo praticato molte eutanasie infantili. Adesso non rischiamo più nulla". Affermazioni, credo, che si commentano da sole. 

La domanda nasce spontanea: MA CHE VI PRENDE? Cosa vi hanno fatto i bambini da odiarli così profondamente? 
Ma forse la cosa si spiega.
Si spiega perché l'Olanda, come molti paesi del nord, porta avanti una idea per cui "ognuno ha la sua etica". Ma qual è il confine tra l'etica e il diritto? 
E che succede se questo conflitto si oltrepassa? 

Chiediamocelo. Potremmo chiederlo ad Anna Frank. 




07 marzo 2013

Aspettando una Fragola


di LILLA SUNLIFE

Mesi fa sei tornata da me.

Abbiamo già avuto uno splendido cioccolatino “insieme”.

Sei tornata per parlarmi, come a una sorella. Spaventata. Arrabbiata con te stessa per essere stata irresponsabile.

Preoccupata per la tua malattia, perché un’altra gravidanza non ti permette ancora di curarti.

L’acerbità della relazione e le difficoltà economiche ti hanno messo in crisi la prima volta, ma nel frattempo hai costruito una famiglia.

La salute è peggiorata e stai lottando contro chi non ti vuole più riconoscere i diritti che ti spettano.

Un altro bimbo lo sognavi, ma non ora.

Quando sei venuta da me per dirmi del tuo stato, ho parlato a lungo con te…e chiamavo l’esserino nella tua pancia “lei”.

Di nuovo, insieme a noi, hai trovato il coraggio di fare un salto nel buio.

Tante persone si sono mosse per te, donando pochi euro. Questo aiuto ti ha commosso.

Sono passate settimane, una nuova casa per accogliere il nuovo arrivo, appena più grande.

Ieri hai fatto l’ecografia, mi hai chiamato subito per dirmi “Sei davvero una streghetta!”

È una bambina.

Una grande emozione, anche nostra, aspettiamo un altro cioccolatino…variegato alla fragola!

28 febbraio 2013

Uno di noi: l'iniziativa aderente





Da diversi mesi il Movimento per la Vita Italiano, insieme ad altri movimenti analoghi in Europa, ha lanciato l’iniziativa dei cittadini europei “Uno di noi”. Si tratta di una opportunità prevista dalla nuova normativa europea: il diritto d'iniziativa dei cittadini europei consente ad un milione di cittadini europei di prendere direttamente parte all'elaborazione delle politiche dell'UE, invitando la Commissione europea a presentare una proposta legislativa. Attualmente la Commissione Europea ha ammesso alla firma quattordici iniziative tra cui quella dei prolife europei.

Volontari in ogni regione d’Italia si stanno spendendo quotidianamente per raccogliere le firme necessarie e nel frattempo l’iniziativa ha ricevuto numerose affermazioni di sostegno e adesioni importanti. Il Santo Padre Benedetto XVI il 3 febbraio 2013, salutando i volontari presenti all’Angelus, augurava il “successo all’iniziativa denominata “Uno di noi”, affinché l’Europa sia sempre luogo dove ogni essere umano sia tutelato nella sua dignità”. Allo stesso tempo hanno aderito anche altri leader religiosi come l'imam della Moschea di Milano Sheikh Abd al Wahid.

Non sono mancati endorsement politici come quello dell’allora Ministro degli esteri Frattini, e del Vice-Presidente della Commissione Europea Tajani. Il ministro Riccardi, in occasione della cerimonia del premio “Madre Teresa” ha sottolineato l’esistenza di “una contraddizione nella cultura europea: mentre si sta realizzando il sogno antico del vivere a lungo, la nostra società dice agli anziani che sono di troppo. Una contraddizione ancora più insanabile per la fase più debole, germinale, ma decisiva della vita che è la nascita». Sempre Riccardi ha sottolineato come l’impegno per la vita rappresenti una priorità per l’avvenire: “qualcuno forse ci considera fondamentalisti fuori del tempo. Lo si è se si resta legati anacronisticamente al passato. Ma lo si può essere anche perché profetici. E la battaglia per la vita è la battaglia del futuro».

Non si è fatto attendere il supporto anche da parte del mondo dell’associazionismo. L’adesione dei Giuristi Cattolici, ha invece il tono della denuncia. Il presidente Francesco D'Agostino parla di contrasto alla “diffusione di una legislazione subdola. Negli Stati europei, si stanno moltiplicando normative che costituiscono un attentato alla vita umana. Si minaccia la vita non in maniera frontale, come avviene con la pena di morte, ma in modo indiretto. È il caso recentissimo dell’introduzione in Germania della possibilità di diagnosi prenatale e preimpiantatoria degli embrioni. [...]. Oppure, è il caso delle normative sul divieto di accanimento terapeutico: un principio legittimo [...] che si sta trasformando nell’abbandono terapeutico e in forme di eutanasia passiva”. Di campagna importante parla anche il presidente nazionale dell’Azione cattolica , Franco Miano: “l’associazione vuole continuare a impegnarsi per la difesa di tutte le forme della vita. Non si può guardare solo a un aspetto. In questa ottica si inserisce l’adesione dell’Ac alla campagna Uno di noi per il riconoscimento giuridico e la tutela dell’embrione nei Paesi dell’unione”.

Ribadisce invece l’aspetto scientifico Massimo Gandolfini, Direttore del Dipartimento di Neuroscienza dell’Ospedale di Brescia: “Non esiste in medicina il principio che si possa uccidere una persona per farne materia di ricerca scientifica”. Il professore, che è anche il vicepresidente dell’associazione Scienza & Vita, parla anche del carattere politico e democratico dell’iniziativa spiegando di aderire “per affermare il valore della vita umana e la dignità dell’uomo per il solo fatto di essere umano, indipendentemente dalla capacità di svolgere delle funzioni. “Uno di noi” non è necessariamente una campagna cattolica, ma un’iniziativa di civiltà democratica in cui tutti possono riconoscersi. Ci ispira la Carta dei diritti fondamentali del cittadino europeo e il principio di eguaglianza: vogliamo tutelare il più indifeso degli esseri umani, il bimbo concepito non ancora nato”.

Tutti insieme possiamo scrivere una nuova pagina della storia europea nel segno della difesa dei più deboli nel solco dell’impegno per la promozione per i diritti umani. Sostenere l’iniziativa è un dovere di quanti hanno a cuore “il futuro dell’uomo”. Aderire è facile: si può firmare anche online sul sito della Commissione europea riportando gli estremi della carta d’identità. In molti l’hanno già fatto. Tu non aspettare basta solo un minuto del tuo tempo: segui il link https://ec.europa.eu/citizens-initiative/ECI-2012-000005/public/


Citazioni:
Testo dell’Angelus: http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/angelus/2013/documents/hf_ben-xvi_ang_20130203_it.html
Adesione Abd al Wahid, Tajani, Frattini: http://www.zenit.org/it/articles/il-popolo-pro-life-si-mobilita-al-meeting-di-rimini
Adesione Tajani, Frattini: http://www.zenit.org/it/articles/il-popolo-pro-life-si-mobilita-al-meeting-di-rimini
Dichiarazione Ministro Riccardi: http://www.avvenire.it/Vita/Pagine/premio_madre_teresa.aspx
Adesione presidente Giuristi Cattolici D’Agostino: http://www.famigliacristiana.it/famiglia/uno-di-noi/articolo/giuristi.aspx
Adesione presidente Ac Miano: http://www.famigliacristiana.it/famiglia/uno-di-noi/articolo/uno-di-noi-franco-miano.aspx
Adesione vicepresidente scienza&vita: http://www.famigliacristiana.it/famiglia/uno-di-noi/articolo/massimo-gandolfini.aspx